Mitrovica Nord, Mitrovica Sud: Mitrovica, 26 maggio
Una missione di assessment è prima di tutto una missione di esplorazione, di ricognizione e di mutuo riconoscimento: è importante per quanto attiene alla definizione delle coordinate ed alla corretta impostazione del lavoro progettuale per l’esercizio che si intende aprire e sviluppare, e lo è soprattutto perché consente di determinare quel reciproco riconoscimento tra la soggettività espatriata dell’operatore in loco di progetto e le condizioni oggettive del contesto che si è individuato quale destinatario dell’implementazione progettuale.
Questo reciproco riconoscimento, che più formalmente possiamo anche chiamare una sorta di verifica delle condizioni generali e di quelle specifiche di fattibilità di progetto, inerenti cioè alla rispondenza tra il profilo progettuale e le pre- condizioni (oggettive) e i bisogni (soggettivi) di quelli che si sono individuati quali i referenti ed i destinatari dell’implementazione progettuale medesima, può evidentemente riservare delle sorprese: non essere semplicemente scontato o anche rivelare aspetti ambigui e controproducenti di una realtà che, in effetti, non si è mai conosciuta fino in fondo fintantoché non la si è vissuta – e vissuta pienamente.
Capita cioè di essere fortunati (o semplicemente di essere stati accurati nella identificazione di tutte le variabili che devono corrispondere alle diverse linee della identificazione e denominazione progettuale) e quindi di verificare la corrispondenza tra le previsioni di attività del proprio draft e i bisogni effettivamente emergenti dal contesto e dai destinatari locali; ma può anche capitare la circostanza avversa, prodotta o da una non corretta verifica delle disponibilità e delle proposte, o da un mutamento repentino degli eventi che alteri a tal punto la situazione di contesto da differenziare (o semplicemente differire) la proposta progettuale così come la si era individuata.
Se per assessment, verifica preliminare e ricognizione di fattibilità, dunque, si intende tutto questo, entrando in gioco in codesto agone tanto i profili soggettivi quanto le condizioni oggettive, allora è evidente che l’accuratezza con cui si viene svolgendo questa disamina diventa una misura anche dell’attenzione e del rispetto, se si vuole, con cui si guarda al contesto locale, ai suoi drammi e alle sue contraddizioni (ma anche alle sue risorse, sia materiali sia umane, e alle sue potenzialità); ed è altrettanto evidente che ogni contesto “bersaglio” riserva le sue sorprese e le sue specificità, ovvero, in altre parole, che non esistono profili di fattibilità identici o immediatamente esportabili (e, del resto, quella della esportazione dei modelli è un pratica storica della cattiva cooperazione, che, almeno, tuttavia, è servita a fare scuola ed a insegnare a non ripetere nel presente e nel futuro gli errori del passato) e soprattutto che ogni contesto è storia a sé.
Storia in questo senso, si intende con tutto quello che può tale termine rappresentare: storia, cioè, in senso proprio e figurato, come dinamiche di guerra e di conflitto, specificità di contesti regionali e macro-regionali e individualità di costumi sociali, religiosi e culturali che rendono ogni situazione così diversa e, per tanti aspetti, così affascinante. Se tutto questo è vero in generale è ancora più vero, anzi, doppiamente vero, in Kosovo, che ti mostra a ogni ripresa i suoi volti più apparentemente assurdi e comunque problematici: e se un assessment è una ricognizione problematica in sé perché punta a mettere in evidenza i profili di problematicità che caratterizzano un contesto o che comunque potrebbero incidere in maniera significativa sul coretto esercizio progettuale, un assessment in Kosovo, e, nello specifico, a Mitrovica, è doppiamente problematico, perché tutto qui è duplice, diviso e tagliente nello stesso tempo.
Mitrovica, come città, contesto urbano e sistema sociale al tempo stesso, è da questo punto di vista esemplare, e se si vuole è proprio questo quello che ha determinato la scelta a monte, per il progetto “Dialoghi di Pace” prima e per quello di “IntegrAzione PsicoSociale” adesso, di abitare il conflitto e di essere al centro della realtà che è l’epicentro, in Kosovo, del conflitto e della divisione, la terra dove divampa sempre, quando divampa, la prima scintilla, del conflitto o della rappresaglia. Luogo simbolo di mille steccati e di mille divisioni, mentali prima ancora che fisiche, Mitrovica è capace di accoglierti come un Giano bifronte con i suoi due volti adagiati al di qua e al di là del fiume Ibar che scorre apparentemente placido sotto questo planare di apparente e rituale “normalità”.
Mitrovica nord e Mitrovica sud si combattono e si frappongono come in una partita a scacchi, una guerra di nervi che, apparentemente sempre meno giocata al calor bianco, si sviluppa invece adesso come una sottile guerra psicologica, che mette in campo tutte le armi, del ricatto e della persuasione, della rivendicazione e della minaccia (sovente anche violenta, e sempre e comunque aggressiva) per accampare i propri diritti divisi, dalla storia e dalla guerra, prima ancora che da troppe responsabilità ed errori, interessi e contrapposizione dei cosiddetti “internazionali”.
A nord il volto è quello degli striscioni della propaganda, delle musiche nazionaliste e di un’incessante giaculatoria di slogan inneggianti alla sacralità della terra madre della nazione serba, e alla vita della Serbia nazione, oggi persino all’intervento in forze dei Russi, di cui si invoca il sostegno perché non sia “regalata agli albanesi” la terra culla della propria civiltà.
A sud, il tempo scorre viceversa lento, troppo lento per chi vorrebbe immediatamente indipendenza e libertà, all’arrembaggio degli ultimi lembi di un Kosovo indivisibile che, tuttavia, sembra, sempre più, una inesprimibile chimera, prima ancora che un irresolubile rompicapo.
All’ambasciata per i visti: Prishtina, 22 maggio
La visita all’ambasciata è stata l’occasione per fare già il punto su quello che verrà subito dopo la missione settimanale di assessment qui in Kosovo, che del resto si concluderà presto, dal momento che vedrà il nostro rientro in Italia già il giorno 29 di maggio, appena tre giorni dopo (praticamente dovremo concentrare tutta una serie di attività da svolgere insieme nel breve volgere del week-end) l’arrivo qui di Monica (coordinatrice del progetto in Italia) e di Giannina (della direzione dell’Associazione per la Pace).
Si è infatti trattato di accompagnare Advjie e Vuceta, rispettivamente amministratrice dell’AFPK@ e responsabile delle attività di progetto presso la scuola di Kodra Minatore / Mikronaseljie, quartiere presso il quale lei stessa vive, insieme con una piccola comunità albanese a Mitrovica nord, praticamente l’unica realtà albanese enclavizzata dell’intero Kosovo sebbene in condizioni di vita complessivamente (ancorché precarie) migliori di quelle in cui si trova la maggior parte delle enclavi serbe diffusamente sparse sull’intero territorio della regione e direttore didattico della scuola serba di Gojbuljie, villaggio misto in cui ad una maggioranza albanese si contrappone un quartiere abitato esclusivamente da serbi, all’interno della municipalità a larga maggioranza albanese di Vucitrn/Vushtri, non molto lontano da Mitrovica in direzione sud.
Mi trovo quindi ancora una volta confrontato con la realtà dell’enclave e quindi, della privazione dei diritti e delle libertà personale (che, quando non avviene de jure, certamente avviene de facto) e dell’annosa questione della libertà di movimento che è finita talmente impastoiata negli odii reciproci e nelle rivendicazioni contrapposte da aver trasformato oggi, praticamente, il Kosovo in una gigantesca prigione cielo aperto, dominata dalla più grande base militare americana in Europa (la famigerata Camp Bondsteel), devastata da tassi di inquinamento altissimi, pensiamo solo ai liquami e i veleni prodotti, giorno dopo giorno, dalla Trepca e dall’altrettanto famigerato “mostro” di Obilic, un clamoroso reattore geo-termico, e in cui chi paga le spese sono i cittadini comuni: gli albanesi kosovari costretti e lungaggini ed attese per dei visti che forse non riusciranno mai ad avere e, soprattutto, i serbo-kosovari, ormai come dimenticati dalle autorità, che si ostinano a ripeterti che loro fanno pratica quotidiana di accoglienza, di rispetto e di bilinguismo, ad estenuanti attese, travagli e difficoltà.
Come se non me ne fossi già sufficientemente reso conto sarebbe bastato fare vista a due delle realtà più amare (insieme, per altri versi, al campo di Osterode) che caratterizzano il panorama delle nostre destinazioni progettuali, ma soprattutto, più in generale, di tutto il Kosovo: e cioè l’enclave albanese di Kodra e l’enclave serba di Gojbuljie, di ritorno dal nostro accompagnamento a Pristina.
Kodra è un quartiere ghetto, in cui gli albanesi si raccolgono (come nelle vicine, ed anch’esse tristemente famose per i fatti del 17 marzo) “Tre Torri” e vivono di fianco a fianco ai serbi: i rapporti di buon vicinato certo non mancano, tuttavia è davvero impressionante ascoltare i racconti di Advjie, del padre preso e minacciato, dei paramilitari serbi (uno dei quali è praticamente un suo vicino di casa, con la cui figura e la cui memoria si trova pertanto, tutti i giorni, a dover fare i conti) che minacciano lei e i suoi familiari, delle sue cose abbandonate o più volte depredate e infine di lei costretta a fuggire da casa, senza portare nulla con sé, come se si fosse in una tragedia primordiale eppure nel cuore della “civilissima” Europa, appena pochi anni or sono.
Gojbuljie, non è dissimile ma a parti rovesciate: ulteriore testimonianza, se si vuole, dell’universalità dramma che vive questa terra e questo popolo: al di là di un confine che solo a me sembra immaginario e che invece sia Naser, sia Advjie, sia, soprattutto, Vuceta sanno chiaramente identificare, comincia il villaggio serbo, circondato da ettari ed ettari di terra non coltivata (ancora di proprietà dei serbi fuggiti e le cui case sono state date alle fiamme dagli albanesi, che hanno generalmente potuto edificare nuove loro proprietà ma non prendere possesso della terra, che ancora, per circa il 50-60 % dell’intero territorio coltivabile rimane di proprietà serba, questa essendo una delle grandi incognite sulla definizione dello status della regione) e sulla cui collina si tagliano i due edifici delle scuole, ripristinate con fondi dell’Unione Europea e dove oggi possono studiare e giocare i bambini serbi del villaggio, alimentando la speranza di un futuro migliore che non sia quello degli spostamenti nell’ennesimo autobus blindato e scortato dalla polizia internazionale, che mi tocca vedere sulla via del ritorno verso casa.
Del resto anche l’impegno di Gorizia allude proprio a questa direttrice di intervento: i visti appena ritirati consentiranno tanto ad Advjie quanto a Vuceta di partecipare alla conferenza indetta dalla provincia di Gorizia dal titolo “Kosovo: Una Pace Possibile?” Si tratterà in quella circostanza di offrire un panorama di più ampio respiro al nostro progetto di “IntegrAzione PsicoSociale”, inserendolo attivamente nella realtà del territorio di Gorizia e del Friuli. Basterebbe il solo titolo a dare un senso alla nostra missione in Kosovo…
Mitrovica!
L'arrivo: 21 maggio
Basterebbe raccontare l’epopea del viaggio da Gorazdevac a Mitrovica per rendere chiaramente conto della problematicità della situazione qui in Kosovo, soprattutto per quanto attiene a quello che sempre più può essere considerato come il problema fondamentale che da tante parti è emerso lungo la narrazione di questo diario: quello della “sloboda kretanja” o “libertà di movimento”.
E’ anzitutto un tema politicamente sensibile: perché attiene ad una delle libertà civili fondamentali soprattutto per quello che riguarda la parte serbo-kosovara, la quale, vivendo enclavizzata, è quella che maggiormente patisce le difficoltà di movimento all’interno del Kosovo; ma soprattutto perché allude a quel parossistico sistema di menzogne e di dissimulazioni che è oggi il teatrino politico kosovaro in cui la direzione politica maggioritaria si ostina a sostenere che “grandi progressi si vanno realizzando sulla questione degli status”, che le condizioni di vita delle minoranze migliorano sensibilmente e che il Kosovo è ormai pronto per l’esame delle democrazie occidentali e della comunità internazionale, quando basterebbe provare a fare uno spostamento tra le comunità serbe dell’interno per rendersi conto che la situazione è ben lontana da come viene narrata e che per questo ha buon gioco una certa propaganda nazionalista serba nello spingere verso la disaffezione, il rancore se non, addirittura, ipotesi di separazione etnica “istituzionalizzate”.
Una esperienza di viaggio all’interno della regione, come quella che è appunto capitata a me nell’occasione del trasferimento da Gorazdevac a Mitrovica: su un bus di linea, un modo relativamente comodo e sicuramente economico per viaggiare all’interno del Kosovo; ma che, già problematico di per sé, può trasformarsi in una autentica odissea se si tratta di spostamenti riguardanti la comunità serba. Il pullman arriva relativamente puntuale (con appena quindici minuti di ritardo sull’orario previsto) in quella che la presenza militare italiana, con un’improntitudine un po’ spaccona e un po’ neo-coloniale, ha inopinatamente ribattezzato “Piazza Italia”, nel cuore del villaggio e si riempie ben presto, dopo appena le prime tre fermate, che sostanzialmente lo portano a toccare tutto il circondario delle enclavi serbe del distretto occidentale di Pec/Peja: non solo Gorazdevac, dunque, ma anche Belo Poljie e Siga Brestovik, tra sbuffi di fumo e strade tortuose.
Ed il viaggio non smette di rivelare indicative sorprese: intanto viaggio scortato da una macchina della polizia internazionale dell’UNMIK e come me tutti quelli che viaggiano sui pullman che trasportano persone serbe da un posto all’altro del Kosovo non solo sono costretti all’amara corvee del viaggio sotto scorta armata in quello che è (anche) il loro paese ma anche alla rabbuiante esperienza di evitare il percorso principale e di inerpicarsi invece per una vi secondaria che costeggia il fronte montuoso al confine con il Montenegro ed arriva fino alla città di Mitrovica che attraversa da sud a nord, passando peraltro per il ponte secondario – quello che si trova a margine dello stazionamento degli auto-bus, che ben presto avrei imparato costituire uno dei punti di riferimento fondamentali nell’improvvisata toponomastica della città.
Mitrovica mi accoglie esattamente come mi aspettavo e come la aspettavo: una città sotto un cielo metallico di nebbia e pioggia battente, vista dal crocevia del piazzale della posta principale della città – che è un altro dei punti di riferimento essenziali - dove aspetto Sokol che mi venga a prendere per l’accoglienza, l’assegnazione della camera che mi tocca e infine una prima perlustrazione delle novità e dello specifico proposto dal nostro progetto, perché non abbiamo molto tempo a disposizione e la settimana (l’unica settimana disponibile, con i fondi di budget utili, per questa ricognizione preliminare) sarà davvero assai intensa.
Ma soprattutto mi accoglie una Mitrovica quasi identica a come l’avevo lasciata e del tutto corrispondente a come l’aspettavo: una città divisa, due città in una, con il ponte sul fiume Ibar questa volta definitivamente chiuso al traffico ordinario che non siamo amministrativi, militari o internazionali e una marea di controlli di polizia che, sin dall’inizio trovo molto più numerosi, rigidi ed ostili di quelli che avevo imparato ad apprendere appena due anni prima. E poi, per il resto, la solita città divisa: con una nuova sede del partito di Kostunica che ha da poco aperto a nord a ridosso del ponte (ove intanto sembra si siano moltiplicati i bridge-watcher, questa sorta di polizia politica informale che registra i passaggi e gli attraversamenti del ponte ed osserva attentamente la situazione, su mandato non si sa bene di chi), dove fanno bella mostra di sé anche lo striscione con lo slogan elettorale di Kostunica “Che viva la Serbia!” e una bella bandierona russa che invoca l’intervento dei fratelli slavi per risolvere il contenzioso sulla regione; e una moltiplicazione di automobili e di traffici nella città meridionale, che ricordavo certamente caotica ma non a questo livello, dove è tutta una frenesia di autoblindo di UN di passaggi in rassegna di militari della KFOR francese (ormai assai poco ben vista sia da una parte che dall’altra) e una pioggia di manifesti e cartelli inneggiati all’ultima manifestazione “oceanica” per l’indipendenza.
Ordinaria amministrazione del Kosovo diviso, e per fortuna interviene ben presto Sokol, e, nel corso della giornata, anche Advjie e Naser a illustrarmi le novità e le nuove minacce. Un inizio intenso, e c’era da aspettarselo…
Ederlezi (giorno di s. Giorgio):
tra Gorazdevac e Vucitrin/Vushtri, 15 maggio
E’ difficile trovare un elemento saliente che faccia da gancio o da tramite, quando l’intenzione è quella di parlare dei rom: si tratta di un argomento che vive in sé della dimensione della complessità e che è destinato ogni volta a sollevare una tale mole di considerazioni e di contraddizioni da rendere difficile tirare, di volta in volta, il bandolo giusto della matassa. Forse è proprio la straordinaria ricchezza e complessità – nel senso, prima di tutto, di articolazione – delle diverse sorgenti linguistiche, sociali e culturali di questo popolo che rendono così complicata quella matassa e determinano, un po’ per ignoranza, un po’ per esorcismo, ancorché poco comprensibile e del tutto illegittimo – quella messe di stereotipi, ricorsività e luoghi comuni dei quali questa comunità sembra essere destinataria privilegiata.
Non sarà il caso di fare il trito elenco delle baggianate: che sono sporchi, che rubano e, questo davvero indice di una matrice culturale dura a morire, che vanno “vagabondando”; se non per sottolineare quanto queste matrici alludano a retroterra culturali assolutamente persistenti, ad una immagine che si ha dell’altro costituitasi in visione, in vero e proprio armamentario culturale del quale, soprattutto nel cosiddetto “occidente civilizzato”, si è fatto al contempo bagaglio ed armatura, per riempirsi la bocca e le orecchie di troppo spesso vacue parole e per rinchiudersi a riccio ogni qual volta la presenza dell’altro (o semplicemente di una differenza o presunta tale) ti costringa a mettersi in gioco.
La presenza dei Rom è sempre una presenza scandalosa, nel senso sociale, ma prima ancora nel senso cristiano del termine: mettono a nudo, con il solo atto di esserci, le vane certezze e i sensi di colpa di tante delle popolazioni che li hanno fuggiti nel passato, oppure, a più riprese, perseguitati e respinti e tra queste soprattutto le popolazioni occidentali, che ne sono state “comunità di destinazione” sin a partire dal Basso Medioevo. Si tratta, tuttavia, di uno scandalo proficuo, efficace, e se per una volta è concesso poter disporre di un luogo comune, che sia almeno quello giusto, nel quale sia racchiusa, cioè, una verità storica o una norma di condotta sociale: i Rom sono l’unico popolo che non ha fatto guerra a nessuno ma che hanno sempre subito le guerre degli altri.
Un luogo comune, certamente, ma che contiene una grande, e troppo spesso dimenticata, verità: la verità della sistematica discriminazione (nelle diverse forme con le quali si è presentata nel corso della storia) di cui i Rom sono stati fatti segno e bersaglio, all’insegna delle quale hanno attraversato regioni ed epoche storiche e sull’onda nefasta delle quali sono alla fine giunti sino a noi, talvolta sino ai margini delle nostre case. Queste considerazioni possono essere certamente utili per impostare un corretto lavoro di mediazione interculturale ovvero di integrazione psico-sociale basato sul lavoro comune di ricerca per la pace, diritti umani e integrazione sociale presso le tre comunità salienti del Kosovo (tra le quali i Roma costituiscono una presenza significativa, troppo spesso e a torto, obliterata, dal momento che, valga per tutti questa considerazioni, costituiscono l’unica comunità minoritaria sostanzialmente distribuita ai quattro angoli della regione, pur se concentrata in alcuni grandi campi/ghetto, tra cui, nella zona Nord corrispondete al distretto di Mitrovica, quelli di Osterode e di Cesmin Lug ): ma soprattutto sono utili a monte, se non altro per comprendere l’impostazione del lavoro e le scaturigini di una specificità sociale e culturale che deve essere sempre tenuta presente e che – mai come in questo caso – costituisce un fattore di arricchimento prezioso e rilevante.
Se da una parte, per rispondere alla prima delle due questioni, c’è poco lavoro di pace e di trasformazione nonviolenta dei conflitti che si possa fare con i Rom, sostanzialmente un popolo pacifico e un popolo ghetto per le condizioni, qui in Kosovo in modo spaventosamente evidente, che non riguardi due temi fondamentali e su cui tanto bisognerebbe insistere, quali quelli della conoscenza dei diritti umani e dell’emancipazione femminile (dal momento che la maggior parte dei conflitti tra i Rom avvengono all’interno del campo e soprattutto in famiglia e la condizione della donna, pur non dissimile da quelle di altre realtà tradizionali presenti in Kosovo, è deprecabile), che agisca molto più, dunque, nella direzione della capacitazione e del rafforzamento dei diritti, delle tutele e delle garanzie – dopo la fine della Yugoslavia, praticamente ridottesi a zero); dall’altra parte si pone la seconda delle due questioni. Si tratta della questione della conoscenza: parlare di luoghi comuni, lo si sa, significa parlare soprattutto di ignoranza, l’ignoranza di chi non è capace di perseguire gli universi di provenienza (o gli universi della provenienza, vale in entrambe le direzioni).
I Rom sono infatti una sorta di presenza antesignana, anche a Vucitrn, nella zona di Gobulija, dove una parte dei Rom della zona centro (e, in parte, di Pec/Peja) provengono e dove a mia volta mi recherò, nell’occasione di una delle ricognizioni per l’insediamento del progetto dei Corpi Civili di Pace in Kosovo. Questo è forse il gancio che andavamo cercando all’inizio: quello offerto dall’essere i Rom una sorta di costante della nostra “civiltà”, pur con tutto il portato della loro unicità. Un elemento di questi è quello che ho avuto la fortuna di vivere nell’occasione del 6 magio (Djurdjevdan): che è si il giorno di San Giorgio della tradizione ortodossa, ma è soprattutto il giorno di Ederlezi per i Rom, la festa nazionale più importante del loro calendario.
Cinque cose che sono più chiare stando in Kosovo…
La permanenza in Kosovo ti insegna molto: ti immerge in una realtà che ha tratti sorprendentemente vicini a quelli che puoi riscontrare in alcune località del Mezzogiorno d’Italia e che non fai fatica a riconoscere (da un certo familismo ai tempi di vita e di lavoro) e ti inducono a riflettere; e poi perché ciò che caratterizza più del resto questa terra è quello di essere una meravigliosa e verde terra, terra di conflitto, costellata di edifici distrutti e strade dissestate, ma anche terra di contatti e di relazioni, di una umanità calda ed accogliente.
Mi sento fortunato per essermi soffermato a lungo a riflettere sulle evidenti contraddizioni che il Kosovo ed i kosovari (ma guai a chiamarli così, soprattutto dalla parte serba, visto che il Kosovo sembra più che altro un’entità metafisica, ciascuno rivendicando la sua nazionalità albanese o serba) manifestano; ed ancor di più per essermi trovato a vivere da vicino alcuni frangenti della sua storia recente (dapprima con la formazione della primavera 2005; quindi a Mitrovica nel giugno successivo e infine, per questo start up di progetto per Corpi Civili di Pace, tra Gorazdevac, Pristina e Mitrovica nel maggio 2007).
Si tratta adesso di un passaggio significativo: il giorno in cui ho messo piede a Pristina, una delegazione del Consiglio di Sicurezza scendeva nella capitale per una ricognizione sullo status basata sul piano Aathisari e appena un giorno prima un membro della comunità serba di Gorazdevac veniva aggredito da estremisti albanesi lungo la strada che porta in città.
Appena di lì a qualche giorno, avremmo provato in team a fare visita al patriarcato serbo-ortodosso di Decani (nel distretto di Pec/Peja), ma senza successo, se non quello, non irrilevante però, di richiamarmi alla memoria un po’ di ricordi ed impressioni del giro fatto due anni addietro, che rappresentò per me un momento di consapevolezza.
Ri-evocando, per di più, quelle quattro/cinque cose che ho appreso del Kosovo. Ecco allora una piccola guida di amenità kosovare, utile per il viaggiatore imprudente e per il lettore curioso:
1. Kosovo? Non esiste, ma guai far capire di averlo capito. In realtà, neanche il nome corrisponde: per gli albanesi è Kosova, per i serbi Kosovo i Metohia… ma qualcuno non esiterà a rispondervi che “Kosovo è Serbia” (e non nel senso del riconoscimento dettato dalla Risoluzione 1244 …). Per di più, i kosovari stessi non si riconoscono come tali: i serbo-kosovari sono serbi, gli albanesi-kosovari albanesi, è quasi sempre così. E tuttavia i primi rivendicano questa terra come cuore della propria nazione (ma sono un po’ considerati serbi di serie B nella madrepatria) e per i secondi o sarà indipendente o non sarà: Stato, dunque, con tutti gli attributi di sovranità (meno evidentemente quello di circoscrivere un popolo costituitosi come tale…).
2. Le cifre qui sono come tutto il resto: variano a seconda della convenienza politica. E lo stesso vale per le etnie. Cominciamo dai numeri: due milioni di kosovari di cui un 200 mila, non di più, da spartirsi tra le comunità non albanofone, secondo gli albanesi; “qui i serbi non sono mai stati meno del 20%”, secondo i medesimi; e poi ciascuno a rivendicare i propri rapporti di vicinato con tutti gli altri, che non sono pochi né irrilevanti: “con i serbi non hanno mai avuto grandi rapporti”, “ possono venire solo nelle nostre scuole, perché gli albanesi li considerano collaborazionisti”, dicono gli uni e gli altri dei rom. E non è l’unico caso…
3. …ma poi: chi sono i Rom? Anche su questo aspetto, ognuno ha la sua. L’unica cosa certa è che, tra le comunità che abitano il Kosovo, dopo gli albanesi ed i serbi, sono la più rilevante, e, ad oggi, quella che paga il prezzo più alto della situazione. I Rom sono una comunità stanziale, registrata durante il periodo titino, a loro volta distinti al loro interno per ragioni di origine (o di religione). Talvolta la distinzione varia nel giro di qualche decina di chilometri: così gli Egiziani, a Mitrovica sono Rom, a Pec/Peja una comunità a sé…
4. A proposito di comunità: guai a dare ai serbi lo status di minoranza. Ovviamente lo sono, pur se con tutte le inestricabili variabili di cui sopra, ma sono in realtà gli storici abitatori di queste lande e –soprattutto – l’ultimo baluardo della cristianità contro le popolazioni di religione islamica. Sono una comunità costituente, come si direbbe a Cipro: peccato che però pochi se ne siano accorti, e la comunità internazionale sembra non abbia altro desiderio che quello di “fargliela pagare”, per colpe ed errori commessi da altri…
5 Magari tra “meridionali” ci si capisce, e poi Mezzogiorno (nel senso di Meridione) in serbo-croato (oggi solo serbo, vista la parossistica riforma linguistica di Tudjiman) si dice Yug, e qui della Yugoslavia, di Tito e del Socialismo non ne trovi uno (dico uno, anche tra gli albanesi, magari pronti alla riprovazione verso il socialismo di Hoxha, mai di quello titino) disposto a parlare male. C’è di che riflettere e le affermazioni non si contano: “quando c’era la Yugoslavia avevo tanti amici albanesi” (o serbi, dipende da dove ti trovi), “prima lavoravamo e stavamo bene, adesso ci sono migliaia di disoccupati e non c’è da mangiare” (letteralmente, me lo sono fatto tradurre più volte per fugare ogni dubbio, e girando per villaggi ti rendi conto che è proprio così), e via discorrendo.
I tempi di vita e di lavoro sono lenti, qui: tra caffè e chiacchierate il tempo scorre senza frenesie. Solo la comunità internazionale sembra avere fretta, la fretta di dimostrare di essere in grado di brillantemente condurre questo esperimento, come dicono loro, di “state building”.
A qualcuno salterà alla testa che uno stato prima c’era e che tutti, ma proprio tutti, lo rimpiangono?
Welcome, Mr. President: Gorazdevac, 13 maggio
Una discussione interessante che abbiamo avuto modo di riprendere, al rientro in automobile, lungo la via di Gorazdevac, durante uno degli accompagnamenti dal gruppo di studio, è stata quella sulla lingua e sulla nazionalità, con un ragazzo egiziano della nostra equipe.
Certo l’evento del giorno difficilmente può racchiudere, specie se così specifico, i diversi significati che una delle giornate così cariche di lavoro, impegni e incontri, inevitabilmente finisce con il portare con sé. Eppure anche quell’accompagnamento, al di là del significato specifico che ricopre qui il fatto in sé, con tutto il suo carico di difficoltà, è stato esemplare di una, anzi di molte delle realtà del Kosovo, che inevitabilmente finiscono per ruotare attorno al perno della nazionalità, dell’identità linguistica e dell’appartenenza comunitaria. Gorazdevac, per entrambe le questioni, un po’ come Pristina o Mitrovica, finisce per somigliare sempre più a una sorta di “ombelico” del mondo.
Intanto perché è attualmente presidiata dalla KFOR slovena e certo la scelta, per quanto dettata dai motivi di rotazione che caratterizzano la TFW (Task Force West, quella posta sotto il comando italiano) non è delle più felici come in molti, tra i giovani della comunità serba, ci ricordano: intanto per qualche errore storico (geografico o linguistico), come quello di aver segnato il cartello stradale per la base di Villaggio Italia con la dizione slovena del nome serbo che suona Bielo Polje, quando dovrebbe essere più semplicemente, nell’originale serbo, Belo Polje; e poi per qualche ragione, del resto a quest’ultima attinente, di tipo più profondo, storico e ideologico, legato cioè alle ragioni dei conflitti che hanno insanguinato la ex Jugoslavia e che sono partiti proprio dallo scoccare delle secessioni della Slovenia e della Croazia ed, in particolare, i serbi e gli sloveni, sin dai tempi della Jugoslavia titina, non nutrono particolari motivi di simpatia reciproca.
E successivamente perché tutt’intorno a questo villaggio si dispone una delle più caratterizzanti circolari del conflitto: non solo per essere stato un distretto tra i più martoriati di tutto il Kosovo, quello di Pec/Peja, appunto, ma anche per essere contornato da una cinta di villaggi a composizione mista, come quello di Poceste, dove troviamo anche una piccola comunità egiziana, lungo la strada che porta a Rozanje, nodo di confine con il Montenegro, da cui, del resto, provengono diversi degli esponenti di questo a tratti incredibile micro-cosmo.
Il nostro amico è uno di questi, esponente della comunità egiziana di Poceste, ed è lui il protagonista di una conversazione, iniziata con il clamoroso fraintendimento del nostro tentativo di spiegargli la corretta pronuncia di alcuni sostantivi della lingua serba, che lui si ostinava a pronunciare con la tipica sillabazione del dialetto serbo-bosniaco di provenienza, dimenticando che la pronuncia bosniaca è jekava (come appunto in Bielo Polje) mentre quella serba, peraltro estremamente varia, è ekava (vale a dire conserva il suono consonantico puro della vocale).
Il che è di per sé argomento significativo, dal momento che traduce la differenziazione linguistica fondamentale che esiste tra le lingue slavo meridionali della parte settentrionale e costiera (sloveno, croato e serbo-bosniaco) e quelle della parte centrale e meridionale, corrispondenti a tutta l’area della Serbia storica: un aspetto centrale, questo, anche per capire le discriminanti linguistiche, che – qui più che altrove – diventano anche discriminanti comunitarie, come dimostrano le appartenenze identitarie reciprocamente configgenti di serbi e croati, legate anche a specifici motivi religiosi ed ideologici, o, per altro verso, la riforma linguistico nazionalistica della Croazia di Tudjiman che ha preteso di disconoscere l’unitarietà linguistica storica del serbo-croato per creare, sostanzialmente a tavolino e con una pattuglia di accademici compiacenti, un croato artificioso e bizantino, irreale ed astorico.
Più volte ti fanno notare da queste parti, come il cemento identitario dello spirito nazionale , che è un po’ una caratteristica fondamentale in tutta l’Europa sud-orientale, riguardando anche Grecia e Macedonia e, per altri versi, l’Albania, risieda molto più nell’identità linguistica e nell’appartenenza comunitaria (socio-politica) che non nella religione o nella mera separazione etnica, pur la religione contando molto (soprattutto sui fronti contrapposti delle comunità croata e serba, la prima cattolica fondamentalista e la seconda ortodossa ed auto-cefala) e comunque in considerazione del fatto che una discriminante puramente etno-comunitaria è da queste parti inammissibile per gli storici contatti e le profonde relazioni storiche tra le diverse comunità, consolidatesi in anni di traffici congiunti e matrimoni misti, che ancora porta una parte della popolazione serba (anche, sebbene in minor misura, serbo-kosovara) a definirsi jugoslava prima ancora che serba (e comunque in nessun caso kosovara, a dimostrazione che una identità autonoma di popolo, che dovrebbe essere uno dei fondamenti dello stato-nazione, da queste parti non esiste o è irrilevante).
La cosa dà da pensare anche sul piano dell’identità etnica, che diventa di per sé, da queste parti, orgoglio etico: come dimostra l’indisponibilità del nostro a riconoscere che “egiziani” non è solo un gruppo etnico autonomo, ma anche un ceppo della comunità rom (ma sarebbe impossibile, e ce ne rendiamo conto, subito, pretendere da lui una simile apertura…)
Sembra di ricordare il film che avevamo visto la sera stessa: “Benvenuto Signor Presidente” è una pantomima grottesca dell’arrivo di Bill Clinton in un villaggio della Bosnia a tre anni dalla fine del conflitto in Bosnia: pantomima irrituale e paradossale, ma in definitiva, balcanica tout court.
Incontro con il contingente militare della LMT
Il tema della relazione tra il comparto civile e quello militare è un tema sofisticato e complesso: sofisticato per la sua impostazione, complesso per la sua rilevanza strategica, che attiene sia al portato dei vissuti psicologici, sia alle questioni del coordinamento operativo e del tessuto di relazioni che si instaurano sul campo. Su questo argomento, d’altro canto, il dibattito è aperto e contrastato, molto meno all’interno delle sfere della gerarchia militare, dove è data per scontata la presenza della cooperazione civile e dove vi sono registri di relazioni con la cooperazione governativa e quella non-governativa, sovente utilizzata quale fonte di informazioni o canale di comunicazione utile ai fini dell’instaurazione di relazioni “amichevoli” con la comunità locale, molto più all’interno dei movimenti che lavorano per la pace, nell’ambito dell’associazionismo e della cooperazione non governativa, dove troppo spesso, ancora oggi, ci si muove “ a vista”, sovente senza un coordinamento ed una effettiva condivisione intorno alle modalità di realizzazione di queste forme di coordinamento o di relazione.
Come è facile comprendere scendendo un po’ più nel merito della questione, la tematica non è affatto di esclusiva pertinenza teorica o accademica, ma ha risvolti e conseguenze molto pratiche, soprattutto per chi lavora sul campo, dal momento che da essa deriva tutta una serie di importanti implicazioni, sulla qualità e la credibilità, ma anche i carattere del tipo di intervento che si viene svolgendo sul campo fino alla connotazione della progettazione degli interventi di trasformazione costruttiva del conflitto. In ogni caso, prima di ogni altra considerazione, vale una regola su tutte, quasi una premessa al tempo stesso di metodo e di merito: che non è possibile costruire la pace con le armi, che la divisa è sovente segno di associazioni negative o distruttive per le comunità locali e che il lavoro di pace tace dove parlano le armi.
Premesse non del tutto scontate, se pensiamo anche al lavoro di collegamento con le strutture militari che diverse organizzazioni della società civile continuano a promuovere o, per lo meno, ad accettare: con il rischio, sempre presente quando si lavoro sul campo, mettendo quotidianamente in gioco la propria faccia, la propria connotazione e la propria credibilità, di finire “associati” o addirittura “strumentalizzati” dai militari, come talvolta risulta evidente anche da alcuni espressioni che tipicamente si sentono dire dai militari negli incontri formali ed informali che si vengono svolgendo sul cosiddetto “teatro di operazioni”.
E’ quanto ad esempio accaduto anche nell’occasione dell’incontro (informale) che abbiamo avuto a Gorazdevac con una equipe della locale LMT (Liaison Monitoring Team, la squadra di monitoraggio locale) che, inquadrata all’interno della Kfor Italiana, nella base denominata – con non molta fantasia, in verità – “Villaggio Italia” sulla strada che attraversa il villaggio serbo-kosovaro di Belo Polje, è che è stata una interessante occasione di confronto e di osservazione. Sarebbe interessane, a proposito, fare una specie di catalogo di tutti i luoghi comuni che costituiscono struttura e sostanza dell’interlocuzione che i militari rivolgono agli esponenti sul campo di società civile: “siamo qui per lo stesso obiettivo”, “i fondo facciamo cose simili”, “se avete bisogno di qualunque cosa, non esitate a contattare l base”, “possiamo scambiarci delle informazioni” oppure ancora “avremo bisogno di informazioni per il lavoro che facciamo qui”.
Sono tutte affermazioni insidiose, che in realtà nascondono altro, come avevo già avuto modo di sperimentare durante i miei primi contatti con le strutture CIMIC (Cooperazione Civile Militare o CivMil) a Mitrovica, nell’occasione del progetto specifico dei Dialoghi di Pace del 2005, e come ho avuto ancora una volta modo di sperimentare anche qui a Gorazdevac, dove, per giunta, la situazione specifica è ancora più caratterizzante, dal momento che siamo nell’area di Pec/Peja, direttamente posta sotto il comando della Kfor Italiana, e nello stesso villaggio, appunto Gorazdevac, dove era precedentemente ospitata una base militare italiana, poi trasferita a Villaggio Italia.
Si intrecciano qui contenuti psicologici ed altri di natura decisamente più tecnica: e sono probabilmente i contenuti psicologici quelli che, per così dire in maniera pre-cognitiva, determinano l modalità della propria relazione con le strutture militari, nel senso che l’immagine di omologazione che produce la divisa e quella di negazione della pace che comporta la presenza delle armi, talvolta anche ostentate e comunque sempre a vista, è cerante un condizionamento potente ed una chiara evidenza del carattere non certo pacificatore della presenza militare, in particolare di quella italiana in Kosovo. Sovente si sente ripetere la tiritera degli italiani “brava gente” oppure dell’esercito italiano ben visto dalle popolazioni locali perché, per qualche strano ed insondabile motivo, “diverso dagli altri”, oppure del ruolo positivo delle nostre truppe, quello che loro chiamano “opera di stabilizzazione” e che invece altro non è che esautoramento da parte della componente militare di compiti, professionalità e funzioni che sarebbero viceversa propri della cooperazione civile, come quelli dello “institutional building”, piuttosto che della predisposizione infra-strutturale oppure ancora della tutela dei diritti umani e del lavoro di formazione.
Si tratta evidentemente, di aggiornare l’agenda del lavoro di cooperazione, sulla base di una impostazione focalizzata sul civile, che si doti cioè delle risorse necessarie per confinare la relazione con il militare alla sola protezione di sicurezza in caso di stretta necessità.
Ipotesi di Pianificazione tra Gorazdevac e Pec/Peja
Appena arrivato a Gorazdevac, mi sono immediatamente immerso nel lavoro. O forse bisognerebbe dire che sono stato completamente immerso; e poi che questo coinvolgimento è stato fin dall’inizio integrale, sia sul piano emotivo, sia su quello professionale.
Intanto per il fatto di collocarmi sin dall’inizio in una situazione interna ed esterna completamente “allofona”, i contatti ed i colloqui avvenendo infatti nella lingua della comunità locale (il serbo) e le attività e gli incontri svolgendosi anche all’interno delle mura domestiche, che fanno di volta in volta da casa e da ufficio.
E quindi per il fatto di un registro delle attività complessivamente sintonizzato in una dimensione linguisticamente e culturalmente diversa da quella di provenienza, con il risultato di scandire l’impostazione del lavoro di trasformazione nonviolenta sui ritmi e i tempi dell’impostazione mentale, concettuale e culturale, propria del contesto locale, all’interno di una sfera di riferimenti semantici sostanzialmente digiuna delle pratiche e dei riferimenti che animano il lavoro della trasformazione costruttiva.
Non è forse inutile ricordare quale distanza separi il lavoro dei “cosiddetti occidentali” dalle comunità locali, non solo in termini di pratiche, ma anche di universi ed approcci di riferimento, i quali ultimi fanno capo a tecnologie della trasformazione di rigida impostazione concettuale, tipicamente afferenti ad un portato e a sovrastrutture non immediatamente trasferibili e sedimentabili all’interno della realtà del contesto ospitante.
Questa interrogazione potrebbe comportare una riflessione che potrebbe condurci lontano: pensiamo solo alla metodologia dell’ascolto attivo e del messaggio-io in un realtà in cui i legami sociale ed interpersonali sono tutti di tipo comunitario, e si svolgono pertanto sulla base di una impostazione patriarcale e gerarchica; piuttosto che all’impostazione pratica e strategica della nonviolenza (e, in particolare, della trasformazione nonviolenta) in un contesto in cui non solo i rapporti sono sovente impostati sul codice della violenza e del familismo (che in molte circostanze ne fa da presupposto ovvero da corollario) ma in cui, specificamente, il tessuto socialista è stato smantellato e l’orizzonte della trasformazione dei rapporti sociali sembra avere ormai lasciato il posto ad un cupo avvenire, dissolvente (ma talvolta anche dissoluto, per non dire regressivo, nei rapporti tra i sessi, ad esempio) e fatalista.
E’ in un contesto di questo genere, che fa riferimento alla situazione reale dell’enclave di Gorazdevac ma che potrebbe indicare anche numerose altre realtà comunitarie chiuse in contesti di conflitto sociale e separazione etnica, che si tratta ora di sviluppare anche una impostazione metodologica, per non dire una strategia complessiva, all’interno della quale situare anche i percorsi della nostra azione.
I pilastri sono tre: condivisione, protezione e riflessione. Questo per procedere con parole chiave, le quali, come tutte le parole chiave, si riferiscono anche a percorsi di elaborazione e di iniziativa. In definitiva, nell’ottica del lavoro che si viene svolgendo qui a Gorazdevac, “condivisione” vuole dire il consolidamento di una rete di legami personali stabili con le persone della comunità, a partire dal loro essere persone, che nell’esercizio di una frequente condivisione possono imparare a riconoscere meglio i propri vissuti, a far maturare la loro esperienza e la loro percezione soggettiva delle cose, ma anche, in particolare, a metterli in contatto con una realtà altra, diversa dalla loro, nel nostro caso di provenienza internazionale, a sua volta sempre più in grado di affinare la propria sensibilità e la propria capacità di esporsi e mettersi in gioco e in relazione.
Significa, in una parola, favorire la partecipazione senza, altresì, incoraggiare la dipendenza, dal momento che le visite di sostegno, di condivisione e di scambio sono funzionali all’elaborazione personale e relazionale dei vissuti e non al trasferimento di questi, o, peggio ancora, di beni o servizi. “Protezione” significa invece l’esercizio della funzione dell’accompagnamento protettivo, che, già ampiamente teorizzata e sviluppata anche dal modello delle PBI (Peace Brigades International) che fa riferimento all’esperienza maturata in India dallo Shanti Sena (Corpi di Pace), antesignano di alcune delle migliori esperienze, nonviolente di ispirazione gandhiana, di corpi civili di pace, viene applicata nelle diverse circostanze in cui sia necessario accompagnare persone della comunità serba del villaggio nella città di Pec/Peja, che è invece a stragrande maggioranza albanese e dove, purtroppo, non pochi sono ancora oggi gli episodi di intolleranza, di aggressione e di violenza perpetrati contro esponenti della comunità serba.
Occasione di accompagnamento è stata per me quella, preziosissima, offerta dalla prima delle lezioni di lingua serba ed albanese gestite dal gruppo di studio sull’elaborazione del conflitto, che si sarebbe tenuto il 5 maggio nella sede del Tavolo Trentino con il Kosovo, a Pec/Peja, occasione nella quale siamo andati prima a prendere alcuni dei partecipanti nel villaggio serbo di Belo Polje e quindi li abbiamo accompagnati fino alla città, sperimentando in tal modo il clima e la metodologia dell’accompagnamento protettivo di cui avevo già avuto modo di apprendere strategie e dinamiche nella circostanza della formazione in Italia, tenuta a dicembre. Infine, terza, ma strettamente connessa alla precedente: “riflessione” , che è quella costantemente sperimentata nella realizzazione dei gruppi di studio sulla elaborazione del conflitto.
E’ questa una circostanza preziosa, che offre ad ogni riunione lo spunto importante di una riflessione sulle possibilità e le speranza dei giovani di superare il passato e non ripetere gli errori dei rispettivi padri.
Lungo la strada:
da Pristina a Gorazdevac, 28 aprile
Appena arrivato in Kosovo mi si slarga davanti un panorama - ambientale e sociale - profondamente ricco di senso. Intanto non posso fare a meno di soffermarmi sin dall’inizio sulle coincidenze che accompagnano questo mio intenso ritorno in terra kosovara.
Ad esempio, l’accoglienza che mi era stata destinata al momento di intraprendere il volo su Pristina è la stessa che mi capita di incrociare appena arrivato a destinazione e reca i colori del vessillo sloveno: è la prima bandiera delle tante piantate sui blindati della Kfor che, nel medesimo primo giorno di permanenza, come già immaginavo sarebbe successo per tutti i successivi, mi sarebbe capitato di incrociare.
Gli auto-blindo della Kfor ancora oggi rappresentano una costante del panorama kosovaro: intanto perlustrano il territorio e determinano la punteggiatura lungo le strade della regione, che, da parte loro, continuano a recare i simboli di una improvvisata fauna che accompagna il viaggiatore ai quattro angoli di questa terra romboidale. E così ci capita immediatamente di svincolare per la “strada del cane” appena imboccata la direzione, superata la zona dell’aeroporto, da Pristina a Pec/Peja, direzione dalla quale avremmo poi preso per Gorazdevac, meta di questo primo trasferimento.
E poi costellano tutti i presidi della ordinaria amministrazione di questa martoriata regione: con esiti non così soddisfacenti – a dire il vero – se solo si sta ai racconti dei tanti cittadini serbo-kosovari che, sin dal primo giorno, ci sarebbe capitato di incontrare e che, a turno, avrebbero avuti tutti una parola di deplorazione per l’inerzia di questi soldati della cosiddetta “comunità internazionale”, stranamente o colpevolmente assenti, a seconda delle narrazioni, nelle circostanze più drammatiche del conflitto, sia che si trattasse della fase del rientro della comunità serba dopo la fine dei bombardamenti “occidentali” sia che si trattasse delle piccole e grandi contrapposizioni che nel corso del tormentato dopo-guerra hanno a più riprese insanguinato la regione, come ad esempio nel caso, tristemente famoso, degli scontri di Mitrovica del “17 marzo” (2004), cui va immediatamente il pensiero, come è facile immaginare, man mano che il mio amico albanese-kosovaro mi guida verso la destinazione di Gorazdevac.
Un pensiero ricorrente che fluisce anch’esso lungo le linee della divisione etnica che ancora caratterizza il Kosovo: intanto perché nel distretto di Mitrovica si svolgerà l’ultima parte di questa missione di start-up e lì mi troverò a far convergere gran parte delle esperienze che avrò accumulato nel corso della permanenza presso l’enclave di Gorazdevac; e quindi per la vicinanza, relazionale e spirituale, che gli amici dell’AfPK@ hanno verso tanti giovani che costituiscono parte importante della aggregazione di 800 anime o giù di lì che ancora abitano nell’enclave ed ai quali non hanno perso occasione di ricordarmi di portare i rispettivi saluti. A Gora, tuttavia, l’accoglienza è del tutto diversa.
Se lungo la “strada del cane” l’impressione del panorama circostante era quella di un simulacro di Stato che non si sa bene sulla base di quale presupposto materiale potrebbe auto-sostenersi, all’ingresso dell’enclave di Gorazdevac l’impressione è quella di un micro-cosmo miracolosamente aggrappato a sé stesso, in una dimensione, appunto, di sospensione autarchica, che mi sarebbe risultata del tutto chiara solo in seguito, quando avrei avuto finalmente modo di ascoltare i primi racconti di alcuni anziani della comunità locale e del loro senso di spaesamento e di frustrazione, ma anche di fatalismo e di accerchiamento che bene traducevano in esperienza di vita reale questa mia sensazione iniziale di un mondo a sé, visibilmente senza prospettive.
Qui, d’altro canto, la semantica delle prospettive è permanentemente cangiante ed all’inizio anche il riverbero della memoria può incappare in qualche difficoltà nel riconnettere trame solo apparentemente evidenti: ad esempio nella circostanza del singolare contrasto che produce la scoperta della bandiera slovena che sostituisce quella romena, che vi campeggiava nell’ormai evidentemente lontano 2005, sugli auto-blindo a custodia e a protezione (a seconda delle circostanze) della comunità serba nell’enclave, rispetto a quanto aveva precedentemente raccontato il mio amico alla guida della macchina che dall’aeroporto mi avrebbe condotto a destinazione, storie di un Kosovo pressoché tranquillo, in cui anche le missioni di accompagnamento provavano a tramutarsi in amministrazione ordinaria della interfaccia locale ed episodi di violenza specifica diventavano sempre più rari, anche a considerare l’evidenza di un certo numero di serbi dell’enclave che avrebbero cominciato a spostarsi con relativa tranquillità nella città capoluogo, Pec/Peja.
Una novità singolare che avrebbe ben presto registrato le sue prime contro-prove nella circostanza dei racconti degli anziani del villaggio e dell’impossibilità, da loro comunicataci, di sposarsi liberamente in città o di altrettanto liberamente fruire dell’assistenza all’ospedale cittadino, costringendoli così all’estenuante “viaggio della speranza” alla volta di Mitrovica, che ancora si sarebbe affacciata come punto di riferimento, e, di concerto, baluardo simbolico, della comunità serba del villaggio. In Kosovo nulla è univoco e l’azione delle semantiche divergenti è sempre in funzione: se una cosa si è conservata, penso ancora, è certamente la separazione della memoria e, portata da questa, dei vissuti.
Ritorno in Kosovo:
Ljubljana, Pristina, Gorazdevac, 28 aprile
Una lunga traversata dell’Europa del Sud-Est è quella che mi ha condotto in Kosovo per la seconda volta, animato dall’usuale convinzione di poter dare e ricevere, offrire un contributo allo svolgimento di un processo che so essere interessante e, al tempo stesso, conseguire una ulteriore occasione di maturazione e di arricchimento, sia sul piano umano sia su quello professionale.
Stavolta, evidentemente, ho la consapevolezza di poter valutare alcuni contesti non solo sulla base di una preparazione puramente formale, come era accaduto nell’occasione della prima missione, in cui, non potendo rispondere al richiamo della memoria, potevo fare affidamento pressoché esclusivamente sulle motivazioni e sull’apprendimento “accademico”.
In questa circostanza al richiamo della memoria risponde l’esperienza accumulata nel mese di permanenza, tra giugno e luglio 2005, nel quadro di progetto “Dialoghi di Pace” sotto l’esperienza progettuale che, forse con efficacia ma certamente senza troppa fantasia, avevamo denominato “La Pace non è una Fiaba”, richiamando così l’oggetto di quella sperimentazione; e, inoltre, può avere luogo l’esercizio della valutazione basata sull’analogia, sul raffronto e sulla cosiddetta “valutazione ex post”, che certamente non esauriscono il novero dei percorsi di indagine e razionalizzazione che consentono di esprimere un giudizio su una determinata circostanza, ma che comunque possono ugualmente costituire dei supporti interessanti e, nel mio caso, delle “guide per l’azione”.
Attraverso i Balcani, come mi è capitato di fare in questa occasione, prendendo il treno da Roma la sera del 27 aprile, viaggiando l’intera notte ed arrivando a scoprire l’alba di Villach, punto della Carinzia a cavallo tra tre Paesi, ed infine volando al mattino del 28 aprile tra Ljubljana (capitale della Slovenia) e Pristina, che non è capitale ma che molti vorrebbero vedere assurgere a tale rango, non solo tra le comprensibili aspirazione della comunità albanese kosovara ma anche nell’ambito delle interessate valutazioni della comunità internazionale.
Certamente, la Slovenia offre un punto di vista interessante per chi intenda ragionare intorno alle evoluzioni dell’Europa sud-orientale nel corso degli ultimi quindici anni, a contare dalle guerre di secessione che hanno a più riprese insanguinato la regione e che portano ancora con sé tutto il loro carico di dolore e di odio, un misto di sofferenza umana e di lacerazione sociale, tra dichiarazione di indipendenza di Stati etnicamente ripuliti e nuove rotte degli affari troppo spesso illegali.
Da questo punto di vista è vero che la Slovenia non è la Croazia: non rappresenta il modello di uno stato nazionalitario etnicamente omogeneo che a suon di armi ha tentato di imporre la su egemonia regionale; e tuttavia è lo Stato delle mille bandiere e delle mille piccole rivendicazioni, pur essendo, tra quelli che interessano la regione, quello che ha meglio saputo coniugare l’istanza nazionale con il paradigma della modernizzazione e che per questo viene vista oggi, rispetto all’area balcanica, grosso modo come dieci anni fa si vedeva l’Argentina nel contesto latino-americano, come una sorta di modello, la cui affermazione economico-sociale deve essere riprodotta ed esportata (non è un caso che nel corso di quest’anno l’FMI l’abbia acquisita al novero dei Paesi ad economia avanzata, dalla posizione di Paese in transizione che precedentemente ricopriva e che ancora tuttavia caratterizza la sua situazione).
Coniugare nazionalismo e modernizzazione significa, dal punto di vista dell’esperienza slovena, saper riassumere il bene e il male del proprio modello sociale in pochi slogan, che la propaganda ufficiale ha immediatamente fatti propri, come quello che vuole la limitata estensione geografica una occasione per proteggere “la propria individualità”, o quello che rivendica la performance economica come modello di benessere diffuso (nello stesso momento in cui i “campioni” dell’industria nazionale vanno a "conquistare" i mercati dei Paesi vicini, come dimostra, tra gli altri, il caso dell’industria degli elettrodomestici “Gorenje”).
La Slovenia conta però circa due milioni di abitanti, ha un’economia in crescita e non gravi problemi con le sue minoranze italiana e ungherese stanziate sui corrispondenti confini. Una situazione imparagonabile, evidentemente, a quella del Kosovo, molto piu' ridotta per estensione geografica e popolazione, nel cui milione di abitanti dobbiamo contare anche il circa 10% di minoranze nazionali che ancora vivono quotidianamente il lascito del conflitto etno-politico e che sono di volta in volta oggetto degli opposti rancori: i serbi enclavizzati dagli albanesi e ripetutamente sottoposti a violenze piccole e grandi di ogni tipo, i rom segregati dagli albanesi perché ancora marchiati dello stigma dei “collaborazionisti” serbi; gli albanesi nell’attesa del riconoscimento formale dello status che nasconde però la realtà di quel simulacro di Stato che è oggi la regione.
E’ un situazione, quella che ancora si vive in Kosovo, aperta a soluzioni di qualsiasi tipo e c’è qualcosa di metaforico nel fatto stesso che il giorno del mio arrivo a Pristina sia anche quello della ri-discesa nella regione, per colloqui formali con le controparti serba ed albanese, di una delegazioni delle Nazioni Unite per discutere del futuro status regionale.
E’ indubbiamente una giornata tipo, nell’ordinaria amministrazione del post-conflitto in Kosovo, nel quale da adesso mi re- immergo.